Nel cuore dell’Arena di Verona, tra pietre millenarie e cielo notturno, Nabucco si trasforma in una visione fuori dal tempo.
La regia di Stefano Poda ci conduce in un universo simbolico e potente, dove la tragedia biblica si fonde con un’estetica astratta e futuristica, sospesa tra memoria e profezia.
Una clessidra gigantesca ruota come un cuore meccanico del destino, sfere luminose tracciano orbite silenziose, e tutto converge verso un istante: l’esplosione. Una deflagrazione scenica e visiva – quasi un fungo atomico – che non distrugge, ma rivela. È l’immagine-soglia dell’opera: il punto di rottura in cui il potere crolla, l’io si frantuma, e il coro si fa coscienza collettiva.
Va’, pensiero non è più solo un canto: è un respiro cosmico, una voce che attraversa secoli e silenzi. I movimenti corali diventano riti, e la materia visiva si fa dramma puro. L’opera diventa un’esperienza sensoriale, potente e universale.
Poda firma una lettura monumentale e poetica, dove ogni elemento – musica, gesto, luce, spazio – prepara e accompagna quel momento di verità: l’esplosione che non si dimentica, perché parla di noi. Di ciò che eravamo. Di ciò che potremmo ancora diventare.
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